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la mia vita virtuale

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Finalmente esco allo scoperto e spendo qualche parola su quella che è diventata la mia passione negli ultimi tempi: Second Life. Ho iniziato a veleggiare in rete nel settembre del 2002, dopo un ennesimo fallimento esistenziale, incoraggiato da un mio parente. Di lì a poco sarebbe nata, ufficialmente (in Beta esisteva prima del giugno 2003), proprio Second Life, non a caso all'indomani del "11 settembre". Sono sempre stato curioso e così mi ero chiesto cosa volesse dire un mondo virtuale senza fare il grande salto, probabilmente, finché la realtà non mi avesse deluso quasi completamente. Questo scatto non mi farà onore, mentre contemplo una bomba, imbracciando un mitra davanti a una Ferrari in un posto da brividi, ma Second Life (SL) è spaventosamente onirica, può essere come un film, un sogno o anche un incubo. La creatura di Linden Lab ha parecchi limiti, lo ammetto, a partire dal fatto di essere un mondo irreale ma molto americano. Da noi pochi si connettono oggi...

come fa luce presto

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Come fa luce presto, quando arriva la primavera. Un massacro di albe sempre più precoci. Lo apprezzavo solo quando lavoravo in dormitorio, perché diventava più facile tirare le ultime ore e, loro malgrado, vedere gli ospiti alzarsi, ma con meno cruccio, visto che non faceva più così tanto freddo. Ma nella mia insonnia ormai inguaribile, vedere la luce arrivare sempre più in anticipo è come il segno di una sconfitta, lo squillare di un'altra notte passata in bianco e dover anche combattere per dormire, perché il buio è un fido alleato del sonno. Luce che rischiara una Milano opaca di aria sporca, immersa in una foschia colpevole, l'orzata di cui cantava De André e a me, quella bevanda non è mai piaciuta.  Sole che arriva come il becchino di un'ennesima notte dove dolore e incomprensioni si affastellano, come se io non sapessi più parlare, eppure mi piace dire quello che vedo, ma lo squadrismo impera, in rete e nelle strade. Guai, guai a dire il nero delle camicie di l...

salvare la situazione

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Insomnia

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Quando ho visto il film di Cristopher Nolan sono rimasto affascinato dai due temi dominanti, che sento molto vicini: l'insonnia, appunto, e la crisi etica di un professionista che dovrebbe fare la "cosa giusta". Al Pacino è magistrale nel raffigurare entrambe le piste del film: la stanchezza devastante del non poter dormire e la crisi di un uomo che dopo una carriera encomiabile si ritrova a perdere la propria strada. Mi è piaciuto finalmente vedere Williams in un ruolo da "cattivo", da egoista e in questo la sua scelta di eutanasia è forse illuminante, anche se non l'ho mai considerato un grande attore; probabilmente però sono stato influenzato dal suo doppiatore italiano storico, che ha una voce troppo acuta, mentre Williams l'aveva profonda, baritonale, molto più drammatica. Un doppiatore poi dovrebbe avere una pronuncia pressoché adamantina ma non è il caso di Carlo Valli e quando lo sento mi fa venire l'orticaria - ma in generale odio la cast...

l'importanza di sbadigliare

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Sbadigliare sembrerebbe un'azione insignificante ma non lo è.  Durante la scorsa primavera, quando il mio vecchio lavoro mi stava disossando, meditando tra me e me mi sono reso conto che sbadigliavo di rado. Mi sono messo a osservarmi e ho realizzato che potevano passare diversi giorni senza spalancare in modo liberatorio le mie fauci. Accanto a questo, ho constatato di aver come perso il contagio dello sbadiglio. Anche questo parrebbe poco, ma non lo è:  i malati di sindrome di Down non lo posseggono. Inoltre pare che la possibilità di sbadigliare per imitazione sia più alta in presenza di maggiore empatia, quindi un parente, una persona amata. Yawn (magari...). Si sbadiglia per inalare più aria e quindi ossigeno ma soprattutto quando lo si fa, si produce dopamina ed è innegabile la sensazione di benessere che si avverte. Magari ci si stiracchia, assestando parti del corpo che ne hanno bisogno ma, dalla mia distanza, posso dire che è piacevole sentirsi stanchi, addolci...

G. e l'Huntington

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  Un piccolo racconto dei "bei" tempi da assistente domiciliare. "E poi c'è G., ha la corea di Huntington, la conosci?". Esito davanti al suo sguardo interrogativo e fiducioso, che però deludo: "Veramente no, mai sentita". La coordinatrice della cooperativa tace, senza spiegare la nosologia, scoprirò da me cos'è. Mi sta passando i casi del tipo che sostituirò nell'assistenza domiciliare, lui è sparito dietro a una bella albanese. Mi documento un po' ma non uso ancora il computer e poi, la malattia non uniforma le persone, ognuno ha la sua unicità. Arrivo in buon anticipo ma G. non c'è. Un classico, è un modo per l'assistito di dimostrare che lui ha impegni da osservare, il che poi è vero: non è che perché sei malato non devi fare più nulla, anzi. Anzi. Quando arriva, non posso che essere sicuro che sia lui: traballa, ha scosse continue, da lì capisco perché la si chiamava còrea , danza. Mi presento, sì, lo avevano avvisato...

Milan War Cemetery

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Sono stato al cimitero degli inglesi, in via Cascina Bellaria, però stavolta di giorno, anzi, verso il tramonto. Dopo averlo citato nel blog più volte, mi pare giusto dirne qualcosa. Le tombe... Oh cavoli, quelle croci, tutte bianche, ma piene di parole, che raccontano. Alcune hanno epitaffi brevissimi, quando si tratta di "unknown", perché non si è nemmeno potuto risalire all'identità della salma. Ogni croce è diversa, nel nome, nel breve narrare qualcosa di chi è sepolto lì. I caduti sono quasi tutti inglesi, insieme a qualche australiano e canadese. Forse c'erano anche degli americani ma non so, non li ho visti. Alcune croci hanno la stella di David sopra e non sono poche. Ho quasi paura a scriverlo, se lo scoprono quegli psicopatici dei nazi... Concordo con Gino Strada, i nazisti fan più paura dell'Isis. Le parole sulla pietra ricordano i corpi di appartenenza e quindi i ruoli di questi morti: avieri, marinai, intelligence, fanti, medici, operatori radi...

voglia di ancora

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Ancora, non come àncora, anche se ho nostalgia del mare. Quindi nel titolo ho messo l'avverbio, che significa futuro, di nuovo. Le cose non mi vanno bene, tutt'altro, ma poco importa: è il modo di guardare la realtà che ce la fa apparire terribile o meno. È innegabile che non lo sia e passa la voglia di commentare persino questi leader da quattro soldi. Eppure, stavo sprofondando angosciosamente, ma c'è stato chi mi ha come strattonato, più d'uno, altri indirettamente. Qualcuno lotta, contro il cancro, lo definisce stupido e non gliela dà vinta. Allora posso gettare la spugna, oppure, sentirmi sciocco, perché in fondo, che ho da perdere? Anche senza accettare le quattro nobili verità di Buddha, sul dolore, la sua verità, la sua origine, che è in noi, la cessazione e la via per liberarsene, molti potrebbero convenire che molte volte siamo noi a non riuscire a vedere e il dolore ce lo creiamo spesso per i desideri di cose passeggere, insignificanti. Certe sofferenze ...

lasciami entrare

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Ho appena visto "Lasciami entrare" ( Let the Right One in ) di Tomas Alfredson e ne sono ammirato. Immagino recensioni importanti, ma non le ho lette, ho voglia di dire solo quel che mi sento. Un film sconvolgente, a partire dall'uso dell'horror, che non mancherebbe, se non fosse che viene stemperato da quella che splende come una poesia del sentimento più grande.  Dita, mani, labbra, occhi, si muovono con gesti lenti, dolcissimi, come è l'innamoramento dei due protagonisti. Lei dice di non essere una ragazza, ma all'altro non importa, non si chiede nemmeno come definirla, vuole solo stare con lei. "Lasciami entrare" è un inno incredibile all'aprirsi, senza chiedersi nulla. Una dei due può essere una vampira ma non importa, perché a lui piace, piace come solo a chi scopre il poter amare per la prima volta. Non si trova colpa nel fatto che lei debba uccidere per vivere, e lo rivendica, quando chiede a Oskar di provare ad essere Eli. E l...

foto morte

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Chiacchieravo del perché la memoria sia così selettiva, di come abbiamo una Ram ma che lavora con la psiche e così in sogni e lapsus qualcosa riemerge. Mi è venuta a esempio questa foto... Mi ero dimenticato di averla. Be', le foto si fanno per questo, per ricordarsi dopo. E così sono epitaffi di momenti scomparsi. Ma forse non si dovrebbero conservare, fa così male rivederle. La stampa è quel che è ma non è quello il problema, no. Ci sono quei riccioli che, pur nella povertà della stampa, brillano, come quando ero bambino. Riccioli che non torneranno mai più, col loro colore lucido, oggi opaco e rarefatto nei capelli rimasti. Una magrezza che non posso più vivere, ma soprattutto - e questo mi dilania - un sorriso serenissimo, che insieme con lo sguardo hanno un gusto di felicità. È quello che piango e non tornerà mai. C'era qualcuno al mio fianco ma non era il caso di mettere anche lei, qui. L'ultima volta che ho incontrato il sentimento più grande. Pazienza,...

l'umanità degli sconfitti

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Leggere della fine di Mussolini mi ha lasciato molta amarezza, non tanto perché il racconto dei due partigiani possegga un'umanità profonda, soprattutto da parte di "Pedro", il narratore principale del libro, ma per la decisione troppo veloce di far fuori il duce quando ormai era ridotto al fantasma di quello che era. La verità storica resterà oscura chissà quanto (fu il SOE a ucciderlo o il comandante partigiano mandato da Milano?), tra documenti segreti con il tesoro che il boia si portava dietro e l'evitare un processo che avrebbe fatto emergere colpe di ogni parte in gioco, quindi qualcosa che molti volevano evitare. Nel suo racconto Pier Luigi Bellini delle Stelle sa riconoscere l'umanità degli sconfitti, come quando ricorda i tedeschi della colonna che scortava i gerarchi di Salò salutare festosi, dopo che il loro comandante aveva accettato di abbandonare al loro destino quegli italiani troppo importanti. Pedro vede umanità nella Petacci e nel Mussoli...