The Shrouds (2024)
È innegabile, Cronenberg è un maestro del cinema e chi ha bocciato "The Shrouds" probabilmente non stava attraversando un lutto, come David, che allora piangeva moglie e sorella, e come chi scrive, che sta vivendo una grande perdita - motivo anche per queste scorpacciate di film e pioggia di post su questo blog.
Questa produzione, canadese come il regista, riguarda l'elaborazione del lutto e infatti all'avvio sono rimasto folgorato dall'idea di seguire in modo ipertecnologico la decomposizione in terra del corpo, inevitabile per alcuni credo, come quello islamico ed ebraico, che condannano la cremazione.
I livelli sono magistralmente assortiti e diversi, così come la trama. La casa dell'horror mostra, di nuovo, di essere accogliente e qui ospita thrilling, sci fi, dramma, erotismo e perfino dark humour, molto cringe, in una miscelazione ammirabile. Per quanto il racconto, invece di chiarirsi, sembri quanto mai complicarsi, appassiona. E c'è tutta l'attenzione del maestro del body horror al corpo che muore, e con esso, le malattie. Non a caso, l'ottimo Vincent Cassel è un alter ego di Cronenberg, somigliandogli fisicamente, e si chiama Karsh, proprio come il fotografo ritrattista canadese.
Se la trama è complicata, lo fa per rispetto alla complessità dell'esistenza. Le spiegazioni lineari non portano da nessuna parte. Un lutto si elabora, sì, ma la perdita non si recupera mai. Il vuoto, l'assenza, rimangono. Le tombe non sono il ricordo amorevole di chi invece porta nel cuore chi scompare. E non senza divertire, Cronenberg sbeffeggia gli chef stellati, di horror, ma anche proprio i cuochi, buttando nel calderone di tutto, AI, realtà virtuale, complottismo, hackers, ecoterrorismo, malattia mentale e l'ossessione del doppleganger. La chiave però è molto più passionale e umana di quanto sembri. La spiegazione più semplice la dà proprio Karsh, che guarito forzosamente dal lutto, si riprende la propria vita, il corpo, sessualizzato all'inverosimile, e fugge con chi non ha la vista (e qui c'è un'ennesima attenzione a un mondo di malattia ma anche cura), e però guarda, vede molto più degli altri, una meravigliosa Sandrine Holt che, forse non a caso, è l'unica "sana", senza seno artificiale - e così, sembra, con un cuore libero. Tanto da, finalmente, guarire Karsh, che si libera di necrofilie, tradimenti, congiure, tombe ridotte a gadget e vola verso un nuovo sé, finalmente non più solo.
Non auguro a nessuno dei detrattori di "The Shrouds" di dover vivere una perdita mortale per amare questo film. E, a proposito di cinema e lutto, sicuramente quando si è troppo distrutti dal dolore, incapaci di fare qualsiasi cosa, la settima arte offre balsamo e sollievo. Ovviamente, evitando cagate tipo l'attuale cinema italiano...
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