Ghosts of the Void (2022)
Se da un lato l'horror può essere rassicurante, come finzione, dall'altra ha la capacità estrema di incarnare una realtà tragica e indissolubile. Proprio questi due (apparenti) antipodi, colorano il debutto alla regia di un lungometraggio indipendente da parte di Jason Miller. Un lavoro tanto superlativo, quanto sconvolgente.
Per quanto, dichiaratamente dal prologo, con la frase di George Carlin "lo chiamano Sogno Americano perché devi dormire per crederci", il film dipinga appunto l'orrore di un nuovo giorno statunitense, non sembra affatto lontano da realtà come la nostra. Rievocando una "The Purge" in piccolo, con gli apparenti giustizieri in maschera, la storia riprende proprio il senso del distruggersi a vicenda, nonostante il fatto di essere umani, ma mentalmente malati. Quello è il senso dei sonniferi scaduti, ma un po' tutto nel racconto è marcio, andato a male, persino l'amore. A impersonarlo, i due indispensabili protagonisti, Jen (Tedra Millan) e Tyler (Michael Reagan).
Intervistato da Patrick McDonald di HollywoodChicago.com, Miller conferma che il film denunci anche l'enorme difficoltà a vivere facendo arte, che si tratti di scrivere, fotografare o appunto fare cinema. Il discorso è, tragicamente, proprio quello di sopravvivere, alla miseria, ai debiti, a se stessi malati nella testa, sognando un amore che è solo una maschera.
Qui l'horror insomma diventa iperrealistico e voglio riconoscere due motivi convincenti che connotano questo film lento, ma inesorabile. Il primo è un sottofondo sonoro tremendamente vero, tanto che quando a un tratto ho sentito arrivare delle macchine della Polizia, non capivo se fossero nella finzione o vicino a casa mia, come infatti poi ho scoperto. L'altro versante di realismo è il parlare di homeless, come lo sono i due protagonisti, ma anche altri personaggi, visibili o meno. Do atto per questa ragione a Miller perché il suo è un lavoro coraggioso, onesto, a costo di lasciarci stare male. Ma è tutto vero, sincero, anche troppo. Perfino Dio, quello che nel messaggio di "The Purge" si augura "possa essere con tutti voi" e che qui è riecheggiato in un volantino e in un libro, costa troppo, e non serve, a salvarsi: dalla strada, dalle nevrosi, dalle dipendenze, insomma da tutto quello che attanaglia le nostre vite.
Molti elementi, il buona la prima, l'ambientazione cruda e spaventosa, vicino a un parco giochi per bimbi e uno più immenso per (ricchi) adulti, ma entrambi di notte (e arricchiti ogni sera dalla troupe perfino delle luci, perché non c'era proprio nulla, solo un miserabile parcheggio), una sceneggiatura scarna che scommetteva poi sul girato, mi ricordano Clint Eastwood. Per dire, che "Ghosts of the Void" è da vedere, perché ti prende, nel suo mostrarsi angosciosamente bello.

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